Cordoglio e commozione per la scomparsa di Francesco Imprezzabile
La morte di Francesco Imprezzabile, agente della Polizia Locale di Milano, caduto in servizio durante un inseguimento, ferisce profondamente la sua famiglia, i suoi colleghi, la comunità milanese, la città di Mazara del Vallo e l’intero mondo delle donne e degli uomini in uniforme. A nome mio personale e del SIAP, esprimo il più commosso cordoglio ai genitori, ai familiari, agli amici, ai colleghi della Polizia Locale di Milano e a tutti coloro che hanno conosciuto Francesco (...)
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ne hanno apprezzato la serietà, la generosità, la passione civile e l’orgoglio sincero con cui viveva il proprio lavoro. Questa volta il dolore non ha soltanto il volto istituzionale del dovere. Ha anche il volto privato della memoria. Francesco io l’ho conosciuto. Ho conosciuto lui e i suoi genitori in una spiaggia libera di Mazara del Vallo, in quel lembo meridionale d’Italia che guarda il mare e sta al confine sud più estremo dell’Europa. Una spiaggia che io frequentavo con la mia famiglia, semplice, popolare, senza privilegi, senza recinti, senza mondanità. Una spiaggia di italiani normali, di famiglie che vivono di lavoro, di fatica, di sacrifici, di impegno quotidiano. In quel luogo, dove il mare sembra raccontare insieme la bellezza e la durezza del nostro Paese, avevo incontrato un giovane collega orgoglioso della divisa che indossava e del servizio che svolgeva. Francesco era motivato, pulito nello sguardo, fiero senza arroganza, consapevole senza retorica. Parlava del suo lavoro con serietà e gioia, espressività che appartiene a chi non considera la sicurezza uno slogan, ma una responsabilità concreta verso gli altri. Non c’era vanità nelle sue parole. C’era passione civile. Non c’era esibizione. C’era senso del dovere. Francesco apparteneva a quella parte migliore dell’Italia che non fa rumore, che non cerca riflettori, che non vive di proclami, ma ogni giorno si alza, lavora, serve, protegge e tiene in piedi la comunità con gesti spesso invisibili. Per questo la sua morte non può essere liquidata con una formula di circostanza. Non basta dire cordoglio. Non basta deporre una frase commossa e poi tornare al dibattito pubblico di sempre, dove troppo spesso chi indossa una divisa viene celebrato quando cade e lasciato solo quando è vivo. Chiamato eroe nel giorno della tragedia e sospettato, delegittimato, disarmato moralmente e operativamente nel tempo ordinario del servizio. Francesco Imprezzabile è morto a 39 anni mentre faceva il suo lavoro. Mentre cercava di fermare chi si sottraeva a un controllo di polizia. Mentre trasformava in azione concreta ciò che molti commentano in ipocriti salotti, la legalità, la presenza dello Stato, la tutela della comunità. E allora bisogna avere il coraggio di dire che il dolore per Francesco chiama in causa anche un sistema. Un sistema che pretende sicurezza, ma spesso non protegge abbastanza chi quella sicurezza è chiamato a garantirla. Un sistema che invoca ordine quando ha paura, ma dimentica mezzi, organici, formazione, tutele, strumenti, regole chiare e riconoscimento professionale quando si tratta di sostenere concretamente gli operatori. Un sistema che chiede agli uomini e alle donne in uniforme di esserci sempre, ma poi accetta con troppa leggerezza che la loro vita venga messa tra parentesi nell’arida pochezza del dibattito pubblico. In queste ore, mentre piangiamo un collega caduto, risuonano ancora più amare certe posizioni politiche e ideologiche che vorrebbero ritirare strumenti di tutela come il Taser, quasi che il problema fosse sempre e solo limitare l’operatore e mai proteggerlo. Come se la vita dei poliziotti, dei carabinieri, dei finanzieri, degli agenti della Polizia Locale, dei servitori dello Stato e delle istituzioni valesse meno delle astrazioni di chi parla di sicurezza e legalità senza misurarsi con la strada, con la notte, con l’inseguimento, con l’aggressione, con l’imprevedibilità del pericolo. Si può discutere di ogni strumento. Si deve discutere di regole, formazione, controlli, responsabilità. Nessuno chiede scorciatoie, nessuno invoca licenze arbitrarie, nessuno confonde la sicurezza democratica con la forza senza limiti. Ma è inaccettabile che ogni volta il punto di partenza sia il sospetto verso chi opera e non la protezione di chi rischia. È inaccettabile che la prudenza istituzionale diventi immobilismo, che la garanzia dei diritti venga usata come alibi per lasciare soli gli operatori, che la retorica del disarmo morale e operativo venga presentata come civiltà. La civiltà di uno Stato democratico si misura anche da questo, da come protegge i cittadini e da come protegge chi protegge i cittadini. Francesco era uno di quei giovani servitori pubblici che tenevano insieme due Italie, quella del Sud che educa alla fatica, alla famiglia, alla dignità del lavoro, e quella delle grandi città del Nord dove la sicurezza si misura ogni giorno nelle strade, nei quartieri, nei controlli, nelle fragilità sociali, nelle fughe, nelle emergenze. In lui c’era Mazara del Vallo e c’era Milano. C’era il mare di una spiaggia libera frequentata dalle famiglie normali e c’era l’asfalto duro di un inseguimento. C’era la semplicità di una famiglia perbene e c’era la grande responsabilità di una divisa. Ai suoi genitori va un abbraccio che nessuna parola può rendere sufficiente. A loro va la gratitudine di una comunità che dovrebbe saper chinare il capo, in silenzio, davanti a chi ha cresciuto un figlio capace di servire gli altri con orgoglio e umanità. Ai colleghi della Polizia Locale di Milano va la vicinanza sincera del SIAP e di tutte le donne e gli uomini della Polizia di Stato che sanno che cosa significhi uscire per un turno di servizio senza sapere davvero che cosa accadrà. Le uniformi possono essere diverse, ma il rischio, il dovere, la solitudine operativa e l’amore per la comunità appartengono alla stessa famiglia morale. Francesco Imprezzabile non deve diventare soltanto un nome in un elenco di caduti. Deve diventare una domanda rivolta alle istituzioni, alla politica, alla giustizia, all’opinione pubblica. Che valore diamo davvero alla vita di chi serve lo Stato Lo sappiamo già, nelle prossime ore si aprirà la solita cantilena. Inseguimento sì, inseguimento no. Bisognava fermarsi, bisognava proseguire. Era opportuno, non era opportuno. Come se la legalità fosse una materia da stucchevole salotto televisivo e non una decisione drammatica, presa in pochi secondi da chi è sulla strada, in divisa, davanti a una condotta che viola la legge e sfida apertamente l’autorità. Ma allora diciamolo senza ipocrisie e senza il velluto delle parole prudenti. Che cosa intendiamo oggi per legalità. Una parola da mettere nei discorsi ufficiali, nei convegni, nelle commemorazioni e nelle campagne elettorali, oppure un principio vivo che qualcuno deve pur incarnare, difendere e rendere effettivo nella realtà. Perché se la legalità vale soltanto quando è comoda, quando non disturba, quando non costa nulla, quando non comporta rischio, quando non obbliga nessuno a scegliere, allora non è più legalità. È arredamento retorico della giustizia. È una parola svuotata. È una liturgia civile senza conseguenze. La domanda è brutale, ma inevitabile. Vogliamo ancora uno Stato che faccia rispettare la legge, oppure vogliamo uno Stato che la proclami soltanto. Vogliamo ancora che davanti a chi fugge, viola un controllo, sfida l’autorità pubblica e mette in pericolo la comunità ci sia qualcuno chiamato a intervenire, oppure preferiamo che la divisa resti immobile, prudente, muta, piegata alla paura di essere processata prima ancora di agire. Vogliamo ancora che gli uomini e le donne in divisa esercitino le funzioni previste dall’articolo 55 del Codice di procedura penale, prendendo notizia dei reati, impedendo che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercandone gli autori, compiendo gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliendo quanto possa servire all’applicazione della legge penale. Oppure vogliamo ridurli a spettatori dell’illegalità diffusa e dei nuovi fenomeni criminogeni, messi sotto accusa se intervengono, lasciati soli se rischiano, umiliati se esitano, dimenticati se muoiono. Questa è la domanda che il sacrificio di Francesco ci consegna. La legge deve essere fatta rispettare, oppure deve restare un principio elegante finché non incontra la strada, la notte, la fuga, l’aggressione, la brutalità del pericolo. E ancora, lo Stato e la sua giustizia possono chiedere ai propri servitori di garantire il rispetto della legge e, nello stesso tempo, abbandonarli ogni volta che quella legge deve essere fatta vivere nella carne concreta della realtà. Il cordoglio è vero solo se diventa responsabilità. Oggi piangiamo Francesco. Ma insieme al dolore dobbiamo custodire la sua lezione. La divisa non è un simbolo vuoto, è una scelta di vita. La sicurezza non è uno slogan, è lavoro umano. Lo Stato non è un’astrazione, è il volto concreto di chi, come Francesco, sale su una moto di servizio e va incontro al rischio perché altri possano vivere più liberi e più sicuri. Alla famiglia, ai suoi cari, ai colleghi della Polizia Locale di Milano, alla comunità di Mazara del Vallo, giunga il nostro abbraccio più commosso. Francesco resterà nella memoria di chi crede che lavorare servendo la comunità con senso del dovere, onore e responsabilità sia ancora una delle forme più alte della dignità umana e professionale.
Giuseppe Tiani
Segretario Generale del SIAP

