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Ieri, 14 gennaio 2026, nella Sala Tatarella della Camera dei Deputati, lo abbiamo ripetuto con chiarezza ai rappresentanti politici del Partito di maggioranza Fratelli d’Italia, che ringraziamo per aver affrontato e messo nella loro agenda di Governo questo delicatissimo ed importantissimo tema per le forze di Polizia. Il SIAP non chiede scudi penali, non chiede immunità, non chiede privilegi. Il SIAP chiede rispetto e giustizia per le donne e gli uomini delle forze dell'ordine.
Perché oggi, in Italia, un operatore che interviene per tutelare la collettività può ritrovarsi, nel giro di poche ore, trasformato in un “indagato” senza che vi sia un solo elemento concreto a suo carico. Basta una notizia di reato, anche vaga, anche infondata. Un automatismo che nasce come garanzia processuale e che invece diventa stigma, sospetto, sospensione di diritti. Il prezzo umano e professionale di questo automatismo è palesemente ingiusto.
Il SIAP l’ha detto con forza, chi non vive il nostro lavoro non può comprendere cosa significa ricevere un avviso di garanzia dopo aver agito per proteggere un cittadino, fermare un aggressore, evitare un pericolo. Non può capire cosa significa vedere la propria carriera congelata, il proprio stipendio ridotto, la propria reputazione infangata o, ancor peggio, trovarsi trasferito in un’altra località, lontano dalla propria famiglia e dai propri affetti. E tutto questo prima ancora che un giudice abbia valutato i fatti. Quando poi, finalmente, arriva l’archiviazione – perché nella maggior parte dei casi arriva – il previsto parere di congruità dell’Avvocatura di Stato spesso riduce drasticamente il rimborso, che per poterlo ricevere necessita dell’avvenuto pagamento della fattura. Il risultato per essersi difeso da un’accusa infondata è quello che il poliziotto resta indebitato. È una ferita che non riguarda solo il singolo. È una ferita inferta allo Stato stesso, che si priva della serenità operativa di chi deve prendere decisioni in frazioni di secondo.
La paura di essere indagati a prescindere non può diventare un criterio operativo.
Il DDL 2485 presentato alla Camera è un primo passo, ma non basta. Il disegno di legge non deve essere interpretato come un favore alla Polizia di Stato. È un favore ai cittadini, perché una Polizia che opera con serenità è una Polizia più efficace, più responsabile, più sicura. Per questo è stata una scelta corretta estendere la modifica dell’art. 335 c.p.p. a chiunque, e non solo agli operatori delle Forze dell’Ordine. Il vaglio preliminare del PM in presenza di una possibile causa di giustificazione è un segnale politico importante. Ma i sette giorni previsti rischiano di trasformarsi in un boomerang: se il termine è perentorio, allo scadere scatta comunque l’iscrizione. L’automatismo resta è solo posticipato. Per questo abbiamo chiesto una riforma più coraggiosa, più coerente, più rispettosa del ruolo che gli operatori svolgono. Chiediamo la possibilità di prorogare i sette giorni altrimenti avremo fornito solo un alibi e il legislatore farebbe una pessima figura legislativa.
Per il SIAP lo Stato deve assumersi le sue responsabilità. Non immaginiamo privilegi. Chiediamo che lo Stato riconosca che chi agisce in suo nome non può essere lasciato solo. Certamente è necessaria la sospensione degli effetti amministrativi negativi (blocchi di carriera, sospensioni cautelari) quando i fatti avvengono in servizio. E’ altrettanto indispensabile la tutela della privacy degli operatori coinvolti in eventi di servizio, eliminando la diffusione di dati personali e familiari, compresa la residenza.
Sono proposte di buon senso, che non tolgono nulla al controllo giudiziario, ma restituiscono dignità e tutela a chi serve lo Stato.
La politica ora deve scegliere da che parte stare. Questo è il momento della verità. La politica non può continuare a chiedere alle Forze dell’Ordine di essere efficienti, coraggiose, pronte al sacrificio, e poi abbandonarle quando si trovano coinvolte in procedimenti nati da un automatismo burocratico.
Il SIAP non chiede impunità. Chiede equilibrio. Chiede che la giustizia faccia il suo corso senza distruggere vite, carriere, famiglie. Chiede che lo Stato non tratti i suoi servitori come sospetti. Chiede che chi interviene per difendere la collettività non debba difendersi, da solo, dallo Stato.
Roma, 15 Gennaio 2026
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